La sicurezza sul lavoro continua a essere una delle grandi sfide per il sistema produttivo italiano. I dati relativi ai primi sei mesi del 2026, elaborati dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering sulla base dei dati INAIL, restituiscono un quadro nel quale convivono un segnale positivo e una criticità ancora profonda.
Da gennaio a giugno sono state 482 le vittime di infortuni mortali, contro le 502 registrate nello stesso periodo del 2025: una diminuzione del 4,0%.
Il numero, però, resta drammaticamente alto. E soprattutto impone di non leggere il calo percentuale come una riduzione del problema della sicurezza.

350 morti durante il lavoro

Dei 482 decessi complessivi, 350 sono avvenuti in occasione di lavoro, mentre 132 sono avvenuti durante il tragitto casa-lavoro o lavoro-casa, i cosiddetti infortuni in itinere.
Rispetto al primo semestre 2025, le vittime in occasione di lavoro sono diminuite del 3,3%, passando da 362 a 350. Ancora più marcato il calo degli infortuni mortali in itinere, scesi da 140 a 132, con una diminuzione del 5,7%.
Numeri che mostrano un miglioramento, ma che non autorizzano ad abbassare la guardia.

L’incidenza: 14,5 vittime ogni milione di occupati

Un indicatore particolarmente importante è quello dell’incidenza degli infortuni mortali, che consente di rapportare il numero delle vittime alla popolazione occupata.
Nel periodo gennaio-giugno 2026 la media nazionale è pari a 14,5 vittime ogni milione di occupati, in diminuzione rispetto al 15,1 dello stesso periodo del 2025.
Dietro la media nazionale, però, emergono differenze territoriali molto significative.

Calabria, Liguria e Sicilia nella zona rossa

Secondo la classificazione dell’Osservatorio Vega, sono sei le regioni nella cosiddetta zona rossa, caratterizzata da un’incidenza superiore al 125% della media nazionale:

  • Calabria: 24,9
  • Liguria: 20,0
  • Sicilia: 19,5
  • Campania: 18,7
  • Umbria: 18,5
  • Puglia: 18,5

In zona arancione troviamo Veneto, Trentino-Alto Adige e Toscana. Piemonte, Marche, Sardegna, Emilia-Romagna e Lombardia rientrano nella zona gialla, mentre Lazio, Molise, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia sono in zona bianca. Basilicata e Valle d’Aosta, nel periodo considerato, non registrano casi.
Il dato della Calabria è particolarmente significativo: con 24,9 vittime ogni milione di occupati, l’incidenza regionale risulta nettamente superiore alla media italiana.

Costruzioni, trasporti e manifattura: i settori più esposti

La distribuzione per settore economico conferma alcune delle aree tradizionalmente più delicate.
Al primo posto ci sono le Costruzioni, con 59 vittime in occasione di lavoro, pari al 16,9% del totale.
Seguono:

  • Trasporto e Magazzinaggio: 47 vittime
  • Attività manifatturiere: 41 vittime

Sono comparti caratterizzati da lavorazioni complesse, movimentazione di mezzi e materiali, utilizzo di macchinari e, in diversi casi, esposizione a rischi elevati.

Il profilo delle vittime: uomini, donne, italiani e stranieri

I dati evidenziano anche caratteristiche precise del fenomeno. Delle 350 vittime registrate in occasione di lavoro, 324 sono uomini e 26 sono donne. Sul fronte della nazionalità, invece, si contano 254 lavoratori italiani e 96 lavoratori stranieri.
Ed è proprio quest’ultimo dato a richiedere particolare attenzione: l’indice di incidenza degli infortuni mortali tra i lavoratori stranieri raggiunge 37,1 vittime ogni milione di occupati, contro 11,8 tra gli italiani. Un rapporto che rende evidente quanto la prevenzione debba tenere conto anche delle condizioni specifiche di inserimento e delle caratteristiche della forza lavoro.

Gli over 55 restano una fascia particolarmente esposta

L’età rappresenta un altro elemento importante. La fascia maggiormente colpita in termini assoluti è quella compresa tra 55 e 64 anni, con 128 vittime, pari al 36,6% dei decessi in occasione di lavoro. Seguono i lavoratori tra i 45 e i 54 anni, con 91 vittime.
Sono numeri che richiamano l’attenzione sulla necessità di costruire politiche di prevenzione capaci di considerare non soltanto il tipo di mansione e il rischio specifico, ma anche età, esperienza, condizioni operative e organizzazione del lavoro.

Il dato positivo non deve diventare un alibi

Il -4% rappresenta certamente un segnale migliore rispetto all’andamento del 2025. Ma quando il bilancio parla ancora di 482 persone che non sono tornate a casa, la parola “calo” non può essere sufficiente.
La sicurezza non può essere affrontata soltanto quando accade un incidente. Deve diventare una componente strutturale dell’organizzazione aziendale: dalla valutazione dei rischi alla formazione, dalla gestione delle procedure all’uso corretto dei dispositivi di protezione, fino al monitoraggio continuo dei comportamenti e delle condizioni operative.
La prevenzione, in altre parole, non è un documento da conservare in un cassetto. È un processo che deve entrare quotidianamente nella vita dell’impresa.

La sicurezza richiede competenze, metodo e prevenzione

È proprio in questo passaggio che diventa fondamentale il ruolo delle società di consulenza specializzate in sicurezza sul lavoro. Per un’impresa, affidarsi a professionisti qualificati significa poter contare su competenze specifiche nell’analisi dei rischi, nella predisposizione e nell’aggiornamento della documentazione, nella formazione del personale, nell’individuazione delle criticità e nella costruzione di sistemi di prevenzione realmente aderenti all’attività svolta.
La sicurezza efficace non nasce dalla semplice produzione di documenti: nasce dalla capacità di trasformare norme, procedure e valutazioni tecniche in comportamenti concreti e sistemi organizzativi funzionanti. È questa la funzione che può svolgere una società di consulenza come Alfa21: affiancare imprese e organizzazioni nel percorso di adeguamento normativo e, soprattutto, nella costruzione di una vera cultura della prevenzione.
Perché dietro ogni numero c’è una persona e dietro ogni persona c’è una famiglia che aspetta di rivederla tornare a casa.